Ho fatto un sogno la scorsa notte. Nel mio mondo onirico ognuno passava il tempo che gli rimaneva dagli affari del giorno a realizzare i propri abiti. C’era chi decideva di trascorrere le sere a cucirsi una giacca e magari il risultato non era poi dei migliori, ma ci provava comunque. C’era chi da mesi rifiniva un cappello, aggiungendo una fascia di seta, togliendola, poi aggiungendola di nuovo. Ma tutti erano responsabili del loro apparire e, in fondo, tutto questo assomigliava molto al mondo che mi aspetta ogni mattina davanti alle palpebre ancora chiuse.

Per forza di cose, il mio sogno contemplava l’esistenza di una fantasia negata a questa realtà. Strano a dirsi, ma nessuno aveva ancora pensato di istituire dei corsi di formazione estetica, non c’erano scuole di abbigliamento personalizzato e per i comuni mortali non dotati di genio sartoriale (sì, anche nei sogni esistono la morte e la mediocrità) la possibilità di errore diventava infinita. Ad esempio, si potevano benissimo sbagliare tagli e misure, troppo spazio qui, troppa distanza lì, e finire col tenere il muso intere ore, arrossate anche loro per la vergogna. Provate voi a presentarvi ogni giorno agli occhi degli altri con il risultato del vostro istinto creativo così a nudo, senza i filtri di negozi e direttori dello stile. Già, proprio una bella responsabilità.

Così, mentre passeggiavo fra abiti dalla linea sghemba e pantaloni con cartellini ancora in bella vista (chissà perché poi le persone continuassero a mettere targhette di carta alla propria immaginazione), ecco ad un tratto sfilare un profilo di serpente al collo di un elegante passante. Peccato non ci sia un’etichetta, pensavo avvicinandomi a quella cravatta che sembrava richiamarmi a sé come solo i rettili sanno fare. Almeno per fare qualche ricerca su internet, una volta rientrato a casa. Purtroppo non sapevo nemmeno se l’intero web esistesse davvero nel mio sogno, forse nel frattempo il mio inconscio aveva studiato e perfettamente messo a punto una maniera migliore per connettere le persone. Per tenerle insieme e intrecciarle, come quel nodo ipnotico ormai solo a due passi da me.

Senza dire una parola, né perdere tempo con inutili occhiate di approvazione con l’uomo per niente sorpreso che mi stava davanti, cominciavo a fare la conoscenza con una seta lavorata in maniera finissima, dove a ogni filamento era stata affidata la missione d’immaginare un disegno essenziale, ma preciso nel suo articolarsi fra natura e architettura. Incrociavo le mie dita con quella tessitura, ne percepivo la trama grossa come la provenienza, perché il me che stavo sognando era già stato a Como e aveva amato la sapienza antichissima dei suoi artigiani. Solo a quel punto, nel momento esatto in cui si accorgeva della luce che aveva preso a circondare i miei occhi, il muto interlocutore estraeva dalla tasca gli altri 4 esemplari che componevano la sua prima collezione e, porgendomi la mano con un sorriso, esclamò: sono Carlos Noriega Prieto, le mie cravatte si chiamano Corfidio.