Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.

Tutte queste cose delicate, per Francesca Woodman, erano rappresentate dalla vita, dalla fotografia, dall’esplorazione continua e quotidiana legata al raccontare la storia di qualcuno intento ad esplorare un’idea. Ed esplorarle, le sue idee, era per la Woodman, costruttivo, distruttivo, naturale, studiato, un turbinio di sensazioni, malinconie e scatti che la portarono, un giorno del 1977, ad entrare nella libreria Maldoror di Roma con una scatola grigia tra le mani e a consegnarla all’allora proprietario, Giuseppe Casetti, presentandosi come una fotografa. Lì dentro c’erano le foto di quella che sarebbe stata la sua unica collezione, pubblicata da viva, di fotografie che portano il titolo Some Disordered Interior Geometries. Era il Gennaio del 1981 e, nello stesso mese, quella ragazza dai capelli lunghi e gli occhi belli, appena ventiduenne, si buttò da un palazzo di New York.

Spazi chiusi, ombre, bianco e nero, nudi sensuali senza sfiorare la volgarità, lunghe esposizioni, doppie esposizioni, oggetti che fanno compagnia ai protagonisti nelle scene cariche d’angoscia, alle volte, e molta tristezza. L’opera di Francesca Woodman è ciò a cui si sono ispirati Antonio Romano e Francesco Alagna per la collezione SS17 del brand che porta il nome assolato e assonnato “COMEFORBREAKFAST”, e abbracciami quando arrivi, che stamattina mi sono svegliata ricoperta di tristezza.

Un approccio intimo e silenzioso a questa collezione uomo, fatta di vuoti e pieni, di luci e ombre, di geometrie colorate su polo eleganti, di rigidi pantaloni, lunghi capispalla e shorts leggeri, camicie con grandi tasche, una maglieria strutturata che c’è e non c’è e le immancabili grafiche, segno distintivo del brand, che sembra vogliano comunicare un messaggio incomprensibile, segreto, parlando la lingua dei segni dell’altrove.

Marroni che diventano terra bruciata, che diventano beige, che poi si trasformano in nero ed esplodono nel bianco, su popeline, cotone, tessuti tecnici e maglieria. Ognuno con dietro l’esplorazione di un’idea, ognuno col suo geometrico disordine interiore, per lasciare alla libera interpretazione di chi guarda, per non dover spiegare nulla, per riuscire, semplicemente, ad essere la voce chiara che parla delle ombre di chi indossa.