C’è un bambino di 10 anni, Oskar, che dice alla mamma che il giorno dopo non sarebbe andato a scuola. “Cosa c’è che non va?” “Il solito problema di sempre”. “Stai poco bene?” “Sono triste” “Per papà?” “Per tutto”. “Cosa vuol dire tutto?” e così Oskar inizia a contare sulle dita della mano quel tutto: “la carne e i latticini nel nostro frigo, le scazzottate, gli incidenti d’auto, il fatto che Buckminster non fa altro che dormire e mangiare e andare al gabinetto e non ha nessuna raison d’etre, il tipo basso e brutto senza collo che ritira i biglietti al cinema Imax, il fatto che un giorno il sole esploderà, il fatto che a ogni compleanno mi regalano sempre almeno una cosa che ho già, i poveri che ingrassano perché mangiano cibi schifosi perché costano meno, gli animali addomesticati, il fatto che io ho un animale addomesticato, gli incubi, Microsoft Windows, i vecchi che se ne stanno a far niente tutto il giorno perché nessuno si ricorda di stare un po’ con loro e chiedere agli altri di stare un po’ con loro li mette in imbarazzo, i segreti, i telefoni a disco, il fatto che le cameriere cinesi sorridono anche quando non c’è niente di bello o divertente, e anche il fatto che ci sono cinesi proprietari di ristoranti messicani, ma non ci sono mai messicani proprietari di ristoranti cinesi, i buoni-sconto della nonna, le rimesse, le persone che non sanno cos’è Internet, la brutta grafia, le belle canzoni, il fatto che tra cinquant’anni non ci saranno più esseri umani perché appena avranno il modo per uccidersi tra loro con semplicità lo faranno senza problemi”.

Il giorno prima, quello stesso bambino, con tutta la pesantezza nelle scarpe che prova quando sente quella sensazione che gli è difficile descrivere, ha inventato uno scarico speciale da mettere sotto tutti i cuscini di New York, collegato al laghetto di Central Park, così che ogni volta qualcuno si fosse addormentato piangendo, tutte le lacrime sarebbero finite nello stesso posto e il mattino dopo il bollettino meteo avrebbe detto quanto erano tristi le persone di New York, ogni giorno.

La malinconia, la melanconia e la depressione, così come l’empatia che alcune persone provano per tutto quello che vedono, per ciò che sentono gli altri, per i dettagli (un signore sul bus con il capospalla spigato e gli occhi umidi che solo gli anziani hanno, anche se non hanno pianto, un ragazzo che pulisce le scale di un palazzo e quando saluta abbassa lo sguardo, imbarazzato, i suoni della prima giornata di caldo, una bambina nata da poco che sorride e ha gli occhi grandi e suo padre che la guarda e si commuove, il vestito giallo pastello di una signora ad un funerale, con lo sguardo che non avrà più nessun colore simile e vicino alla felicità di quello che indossa) sono cose che difficilmente trovano definite e chiare descrizioni e, probabilmente, è proprio il pensiero veloce che porta alla creazione e allo sfogo attraverso la creatività, il fare.

Come Alexander Stutterheim, il cui brand Stutterheim Raincoats nasce proprio da quel “forte sentire” e da un impermeabile del nonno ritrovato dopo anni. Insieme al capo, i ricordi: le poesie dell’uomo, gli insegnamenti, la paura che da piccolo Alex provava quando il nonno andava a pesca nonostante il temporale e il freddo, indossando quell’impermeabile. Ecco quindi l’idea di creare una versione contemporanea di impermeabili, partendo da quello, per ricordarlo, per omaggiarlo e per poter dare alle persone la possibilità di vestirsi bene anche nei giorni peggiori, spiritualmente e meteorologicamente parlando.

L’incontro con Johan Käll, Brigitta e Lena nell’industria tessile della piccola cittadina di Borås, dà ufficialmente inizio alla collaborazione, alla produzione e alla nascita di un brand che è attento ad ogni dettaglio, ai materiali che vengono utilizzati, alle linee, alla vestibilità, allo stato d’animo di ognuno, nei giorni di pioggia e quando si ha bisogno della pioggia per sentirsi meno soli.

Da un prototipo, a cinque linee differenti: Stockholm, Arholma, Mosebacke, Skeppsbron e Arvid, diverse nelle linee, nella vestibilità, nei colori, negli utilizzi. Burgugni, crema, giallo limone, rosa confetto, grigio asfalto, pied de poule, arcobaleno, bianco candido, nero profondo e, poi, linee sportive, eleganti, ampie mantelle, cappelli antipioggia, giacche di pelle, edizioni limitate e speciali. Una produzione in continuo cambiamento, che si rinnova, che prende spunto dai dettagli del mondo che si ha intorno. Giacche perfette per, come dice Alexander, abbracciare i demoni in agguato là fuori e quelli nascosti dentro di noi. Il nonno, di sicuro, sarebbe andato a pesca ancor più felice indossando un raincoat Stutterheim, anche e soprattutto nella pioggia battente.