SUNNEI mi ricorda un linguaggio antico che rimanda a città bianche e splendenti, a spremute di limone, a donne fuori dalle porte nei vicoli con le mani sui grembi che parlano dialetti d’altri tempi, mentre bambini giocano dietro a palloni nella piazza con la chiesa che suona forte le campane, ed è l’una e tra qualche minuto di sicuro mamma, dal balcone, ci urlerà di tornare perché è pronto in tavola.

© Kuba Dabrowski
© Kuba Dabrowski

Mi ricorda anche voci che rimbombano in un museo che sta per chiudere, mentre un gruppo di ragazzi che non si vedevano da tempo si rincorrono tra un dipinto del ‘300 e uno di qualche secolo più in là, indossando abiti rosso mattone, jeans larghi a vita alta che non mettevano da anni, t-shirt con cartoline dall’Italia, shorts azzurro cielo, completi dai sottili check gialli, polo rigorose che ricordano nazioni fuori, ancor di più, dall’Europa, lunghi capispalla dai colori fruttati, scamiciati che esplodono di tinte forti e maglie che raccontano la verità parlando di una cosa, una sola cosa, che accomuna tutti: la solitudine.

© Kuba Dabrowski
© Kuba Dabrowski

Quella solitudine che abbiamo cucita addosso in maniera indissolubile dal momento in cui ci rendiamo conto di essere cresciuti, cresciuti davvero, continuando a cercare anime simili, sguardi di comprensione, sforzandoci di non vedere la cattiveria intorno, di non sentire acute note di saccenza, di maleducazione, di “giudico perché so”.

© Marcella Magalotti
© Marcella Magalotti

Anche se il sapere è spesso soggettivo e non esistono metri o misure, ma tutto è nelle mani del buon senso, delle coscienze senza colore, tutte unite in un calderone dalle tinte grigie, tutte con le bocche spalancate e i diti puntati, a sentirsi uniti e forti non sapendo, però, che son più soli di quelli che la solitudine la conoscono e non la disdegnano, perché sanno che alle volte è necessaria per costruirsi uno spazio in cui muoversi liberamente e senza costrizioni, per la vita.

© Yulya Shadrinsky
© Yulya Shadrinsky

Riempirla di idee valide, di progetti che all’inizio erano solo parole dette squarciando il cielo durante un volo New-York-Milano è quello che hanno fatto Loris Messina e Simone Rizzo, fondatori di SUNNEI, dopo aver compreso la necessità di dover trasmettere qualcosa attraverso la creazione di qualcosa, ovvero il brand che porta un nome che chissà se ha un preciso significato. Nessuna formazione accademica, solo l’attenzione per quel che succede, ogni giorno, attorno a loro, sia nei posti che conoscono bene che in quelli in cui si trovano per la prima volta. Un nuovo Made in Italy hanno detto alcuni, sicuramente uno stile classico che viene rivisitato in ogni collezione, che potrebbe essere indossato in maniera disinvolta dall’imprenditore, dal diciottenne appena diplomato, dal vicino di casa che annaffia le piante prima di scendere a comprare il pane.

© Marcella Magalotti
© Marcella Magalotti

La pulizia, la ricercatezza, i tessuti che, per come avvolgono le forme e per come cadono sul corpo, rimandano immediatamente alla meravigliosa manifattura e ti fan capire subito perché il duo ha spopolato fin dal debutto nel 2014 e continua a far parlare di sé non solo in Italia, ma anche Oltralpe. Non è tutto, perché oltre al brand c’è il meraviglioso Spazio SUNNEI a Milano in cui andare e respirare aria di ricercatezza tra candide mura, magazine d’arte e moda meticolosamente scelti da Loris e Simone e, ovviamente, tutto il sole dei capi SUNNEI.