Dare riparo a una testa, diventare ultimo baluardo di un corpo proteso a riflettere il cielo e, infine, tenere stretti i pensieri attorno qualche grammo di tessuto: questo è il compito di un cappello. Alcuni lo chiamano accessorio, lo indossano quasi fosse un antico vezzo da rimproverare, lo giudicano secondo le astratte categorie di bello e brutto, dimenticando che un cappello è per prima cosa un abito per il cervello. Senza di lui, l’anima di molti andrebbe irrimediabilmente persa, evaporata in una nuvola di sensazioni e fantasie soltanto intraviste.

© Carlo Piro
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Invece, un cappello ci ricorda che a ogni testa c’è rimedio, che ogni spirito è atteso da una striscia di paglia, lino o canvas pronta ad accompagnarlo verso il proprio viaggio alato, che ogni speranza può racchiudersi fra le dolci pareti di un guscio di feltro, del tutto impermeabile alle intemperie del mondo. Per farla breve, un cappello è quanto di più intimo possa essere immaginato e creato, difficile prestarlo, impossibile da dimenticare. A patto che non si voglia lasciare indietro se stessi, che non si voglia consegnare ad altri la propria singolarità, incrociando le dita perché non venga tradotta e incasellata, costretta nella manciata di lettere che compongono il nostro nome.

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Quando Matteo Gioli, Veronica e Ilaria Cornacchini, i tre designer responsabili della fantastica avventura chiamata SuperDuper Hats, hanno inventato il proprio stile in forma di cappello, in molti si sono domandanti come fosse possibile che qualcosa realizzato a mano potesse essere contemporaneamente fatto anche con e per la testa. Basta fare un giro per le vie del centro, di qualunque centro di qualunque grande o piccola città, per comprendere quanto fosse inusuale quell’apparizione, quanto antico quel progetto. No, la moda italiana non è soltanto una storia di stagioni che si rincorrono al ritmo forsennato di un paio di Fashion Week, ma c’è ancora una voglia concreta di continuità, di dare vita a un percorso che possa dirsi denso e inatteso quanto può esserlo una musica.

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Mexican Backflip, questo il nome della nuova SS17, chiama in causa l’aspetto forse più primordiale dell’uomo: quello della sua potenzialità alare. Ispirata alle immagini d’archivio degli Z-Boys, il celebre gruppo di skaters che all’inizio degli anni Settanta trasformò le estati californiane al ritmo sfrenato di quattro rumorosissime ruote e una piccola tavola di legno, la collezione è pervasa in ogni dettaglio da particolari cromatici mai scontati: la manifattura reca una straordinaria firma d’intensità, quasi fosse un’intenzione dell’asfalto stesso, quella di incidere su ogni singolo copricapo i segni di un gusto maturato ogni giorno a contatto con le corse degli uomini.

© Carlo Piro
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La filosofia estetica di SuperDuper Hats per la prossima Primavera-Estate sembra essere chiara: apparire sarà il verbo di chi desidera consegnarsi all’istante, preda dell’attimo in cui tutto è sospeso fra il momento del salto e quello della possibile caduta, uno slancio naturale che diviene piano d’azione congiunta di membra e intelletto. Insomma, è l’imperativo categorico che domina qualunque spirito dedito alla creazione, che plasma con l’aria fra le mani le idee che furono e le proposte che saranno.

© Carlo Piro
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Una storia rara quella di SuperDuper Hats, perfetta nella sua continuità per ricordarci che se Icaro avesse indossato un cappello le sue ali di cera avrebbero di certo retto il colpo di sole, portandolo fino a chissà quali mete esotiche, chissà quali futuri fatti solo della sostanza più incantevole dei giorni: il gusto per l’anima.