Non molto tempo fa, mentre alle 8 di un mattino stavo aspettando l’autobus guardando il palazzo di fronte a me* mi si è avvicinata una signora in bicicletta, si è fermata, ha guardato le mie calze e, ridendo, mi ha detto: Mi scusi, ma ora vanno di moda le calze così?, e se n’è andata. Di rimando anche io ho riso, accorgendomi seduta stante di non saper assolutamente rispondere a quella domanda. Che cosa, realmente, determina la moda? Che ne so se i miei calzini, nel giro di un paio di foto da parte di qualche influencer, non diventeranno il prossimo imperdibile fenomeno e se io, di rimando, mi troverò a doverli abbandonare definitivamente in quanto naturale e spontanea allergica all’omologazione?

A nessuno è dato saperlo. A quella domanda ci ho pensato spesso e mi ha fatto ripensare a diverse cose, tra cui una borsa a forma di innaffiatoio (fucsia, di vernice, ma molto più carina di quanto si possa immaginare, ndr) che orgogliosamente ha completato diversi miei outfit da diciassettenne, ai miei pantaloni di “COMEFORBREAKFAST”, al mio cappotto arancione e al mio Borsalino azzurro-cielo-del-Sud-in-agosto con nastrino color terra bruciata.

Taglio-tessuto-pattern-perfezione. @comeforbreakfast

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Nel corso degli anni sono state numerose le occasioni in cui ho fatto ridere amici e parenti per via di qualcosa di “particolare” indossato e, nonostante vedessi alle volte del vero e proprio disappunto da parte loro (quello sguardo che mi diceva ma davvero vuoi indossare quella roba là?) io non ci ho mai, mai, trovato niente di così strano. Più semplicemente, mi fa sentire bene vestirmi così. Mi ha sempre fatto sentir bene. Per questo non credo molto nelle mode o, per dirla più correttamente, credo al fatto che chiunque venga spinto (spontaneamente o dalle masse) nel vestirsi in una determinata maniera, lo faccia perché effettivamente quel modo di abbigliarsi rappresenta un determinato periodo, una determinata giornata, un determinato stato d’animo.

 

Ho avuto un sobbalzo, però, quando ho letto un articolo su Ignant in cui veniva ridefinito il concetto di normcore. Per farvi capire quanto io sia aggiornata sul mondo delle mode, vi basti sapere che non sapevo assolutamente cosa volesse dire quel termine, tanto che ero convinta fosse un nuovo brand. Captando una lieve ignoranza in me ho digitato velocemente la parola in questione su Google ed eccoli lì, i risultati: una sfilza di articoletti con gallerie di foto-dispensa consigli su come vestirsi normcore che, a quanto pare, è un fenomeno in auge da ben tre anni. Per chi non lo sapesse: normcore, per farla breve, è il vestire normale. Qualcuno conosce la definizione di “vestirsi normale”? Io no, mea culpa. Per me il vestire normcore, dò per scontato, è l’indossare un cappello azzurro, un cappotto arancione e delle calze con delle strane fantasie, perché per me è sempre stato “normale così”. Per questi signori, invece, è mettersi un bel paio di jeans a vita alta, un maglione preso a caso dall’armadio (ci crede ancora qualcuno alla storia del mi metto ogni giorno la prima cosa che capita? Vorrei tanto che Freud fosse ancora vivo) e delle ciabatte. Così, dalla ricerca su Google sono tornata all’articolo di Ignant, ed eccola lì, la ridefinizione di normcore che mi ha fatto sgranare gli occhi e venir voglia di essere “anonima” e di far parte di un sistema moda ben definito e di una categoria perfettamente funzionante: l’interpretazione di tutto questo da parte del designer olandese Christian Heikoop, che ringrazio dal profondo del mio cuore.
Perché finalmente, così, anche io posso sentirmi normale.

* non amo guardare in direzione del bus che, prima o poi, dovrebbe spuntare, e mi han sempre fatta molto divertire le persone che lo fanno. Tutti, tra cuffie nelle orecchie, occhi su schermi piccoli e grandi, coraggiose chiacchiere rovina giornata e qualche sporadico libro, vengono distratti ogni 4-5 secondi dal punto in cui dovrebbe intravedersi l’autobus e, più si avvicina il minuto esatto, più non riescono a fare a meno di fissare lo stesso punto, tutti insieme, senza sosta.