Come scrivere un manuale su qualcosa di cui non si può avere alcuna esperienza, come il cambiamento? Ogni mezzo anno si ripete la stessa storia: fronteggiamo una nuova immagine allo specchio, qualcuno che ci somiglia, guarda il vetro luminoso con uno sguardo che diremmo familiare, ma parla un accento diverso. L’accento che la trasformazione impone al tempo.

frankenstein

Le prime giornate trascorrono senza troppi scossoni. Il timido sole comincia ad affacciarsi dal suo balconcino di nuvole scosso ancora per poco dal gelido vento, gli alberi rimettono tutto d’un tratto le camicie a fiori e l’aria ritorna da chissà quale landa caraibica con l’alito fresco di festa e sale.

Ma noi ci dimostriamo anche quest’anno fin troppo testardi, di abbandonare il cappotto ancora non se ne parla. Ci ripetiamo che il caldo non è ancora abbastanza, che girando l’angolo potrebbe già tornare l’inverno vestito di bianco a chiederci il nominativo. No, siamo ancora in lista ed è troppo presto per rientrare a casa con la voglia di buttare in lavatrice il grigiore. Poi arrivano quelle mattine che metterebbero alla prova chiunque. Ti svegli e resti con gli occhi fissi al di là della safe zone domestica in cui ha custodito il tuo letargo: tutto è fuori, e tu sei dentro.

Il tuo armadio non ti ha mai chiamato con tanta insistenza, quasi preghi che ogni cosa sia rimasta al suo posto rispetto alla notte precedente, perché con la coda dell’occhio ricordi di aver visto uno spolverino, un giubbino di jeans o qualche altra diavoleria primaverile.

Imbocchi il primo stile che ti passa a tiro, in un attimo sei in strada vestito come la fretta ti ha permesso, a tratti respiri affannato. Giureresti di essere preda di una qualche rarissima febbre africana. Forse il ronzio che poco prima infastidiva la quiete della tua stanza proveniva da una zanzara, il suo morso letale, tu spacciato.

I passanti sono concordi con te nel dubitare della tua salute, anche se le vostre diagnosi discordano. Guardano il tuo guardarti in giro senza meta, e a te sembra di essere risucchiato in uno strano buco spazio-temporale, dove le dimensioni si rincorrono mentre tu resti immobile.

Poi accade qualcosa di inaspettato: ad un tratto ti diventa chiaro il piano delle stagioni, lo scheletro dell’armadio, lo sguardo degli indaffarati che ti sfiorano il fianco. Capisci che non più tardi di altri sei mesi tutto si ripeterà e che, di sicuro, anche quel giorno non sarai pronto. Capisci di essere vivo e che la tua vita non avrà solo una collezione, ma sarà pantaloni a zampa, camicie oversize, cappotti slim-fit e baci rubati alle vetrine che prima specchiavano tuo padre.

Finalmente, dentro di te è certo il senso del cambiare abito quasi fosse una nuova pelle. Finisci dolcemente stanco a muovere i primi nuovi passi sulla strada di sempre, mentre alla maniera dei rettili ti godi il riparo che il sole offre ai tuoi pensieri. Hai appena abbracciato il cambiamento.