Capisco perfettamente perché da anni, per qualche mese, Christian Dior viene a vivere qui, a Montecatini Terme. La pace, il silenzio, l’aria leggera, i paesaggi profondi e, soprattutto, quanto tutto questo sia in grado di far sentire sereni, basterebbero per far le valigie e vivere qui una vita intera. E incontro, senza nascondere continue palpitazioni, un uomo che ha dato abbondanza agli abiti quando c’era povertà, che ha liberato le donne dalle costrizioni, che ha cinto le loro forme con linee in grado di esaltare il corpo.

Basta guardarsi intorno per vederlo in ognuna di esse. Proprio ora, davanti a me che scrivo nell’area esterna del Grand Hotel & La Pace, davanti alla piscina, sta passando una donna con un completo la cui giacca dalle spalle ampie si sposa perfettamente con la gonna stretta, facendola essere elegante, quasi regale, ma senza inutili esagerazioni.

Sono entusiasta delle donne italiane. Guardi che stile, guardi che eleganza! Sono così semplici. Nello stesso tempo, però, sanno portare un abito con personalità. Non amano i fronzoli, amano la linea.

Scorgo, da sotto il mio cappello a tesa larga color pesca, un uomo imponente, col naso aquilino e la fronte alta, sicuro nei movimenti, la cui gestualità non ricorda per nulla i parigini, tutt’al più proprio noi italiani. Ed effettivamente, si nota, Dior è entusiasta di quella signora che passa e sa come portare quello che indossa.

Mi stava aspettando? L’ho vista da lontano, ero proprio laggiù a godermi il panorama. Sa, questo posto per me è molto importante, amo venir qui qualche mese all’anno, rilassarmi e coltivare le mie rose. Guardi, da qui si vede il terrazzo della mia camera, lo immagini in primavera e pensi a un’esplosione di Rose de Mai, che meraviglia! Non trova?

Si accomoda di fianco a me e continua a guardare il panorama, come se fosse davanti alla trasmissione di un film stupendo e non volesse perdersi passaggi salienti. È Ottobre, l’aria ci fa ancora il favore di non essere poi così fredda e lui indossa un paltò color kaki che gli calza alla perfezione.

Meraviglioso Maestro, assolutamente meraviglioso. Ma mi tolga una curiosità: come mai proprio le Rose de Mai? Non so perché, ma pensavo fosse un amante dei gelsomini.

Le rose perché le rose non hanno bisogno di predicare, si limitano a diffondere il loro profumo. Però non sbaglia, signorina, amo anche i gelsomini, quasi quanto le Rose de Mai. Infatti proprio due anni fa, nel ‘55, ho acquistato una splendida dimora a Chateau de la Colle Noir. Passo il tempo tra la natura, sono un grande appassionato di botanica e i fiori mi rilassano. Mi rilassa passeggiare tra loro, annusarli, anche solo guardarli. Guardi, porto sempre una foto della mia dimora a Grasse.

Che meraviglia, Maestro. E chissà che pace. Non pensavo, però, che avesse il pollice verde.

Brava! Ecco come dite voi italiani! Esattamente, ho il pollice verde! E amo il verde! Amo i colori pastello! E amo quando ad indossarli sono persone capaci di farlo. A proposito, complimenti per il suo cappello. Mi permetta di chiederle: chi è l’artigiano?

Un ragazzo italiano, ha 26 anni, si chiama Roberto Capucci. Me l’ha presentato un amico che ha frequentato con lui l’Accademia di Belle Arti. Diciamo che mi piace indossare tessuti e forme che raramente si vedono in giro, e Roberto in questo è un vero maestro.

Annuisce, ripete tra sé e sé il nome di Capucci e poi mi sorride. Anche se non sono qui per parlare della sua prima collezione, dopotutto sono passati dieci anni, voglio dirgli cosa significa provare quel senso di libertà misto a speranza misto a innamoramento che solo chi è stato costretto ad indossare vestiti e completi senza forme né colori durante gli anni della guerra può capire.

Come quando ho visto la sua prima collezione a Rue Montaigne. Avevo 25 anni e sono sicura che tutte, nessuna esclusa, lì dentro ha pensato: finalmente. Siamo libere.

Ma davvero, signorina, era lì anche lei? E cosa ricorda?

Tantissime cose, Maestro. Una su tutte la folla di persone davanti al suo atelier prima di entrare. Il chiacchierare tranquille. Eravamo lì e non ci aspettavamo nulla. In fondo, però, era una bella sensazione. Curiosità senza pretesa, pura sorpresa e immaginazione. Lei, invece, cosa ricorda?

Ah, io ricordo tutto. Tutto! Fu un giorno bellissimo, quello. E quanto ero nervoso! Continuavo a chiedere a Raymendo [Zanecker, sua stretta collaboratrice, ndr] come stesse andando. Guardavo Carmel Snow, Bettina Ballard, Hélène Lazareff, ma proprio non riuscivo a captare nulla, ero troppo preoccupato. Sapevo bene che sarebbe potuta andare come speravo e, allo stesso tempo, un disastro. Ma chi può essere sicuro di quello che pensano gli altri, se hai davanti una sala piena di donne che sceglieranno se indossare le tue creazioni o meno?

Soprattutto in un momento in cui le case di moda chiudevano e cessavano la loro attività, se mi posso permettere.

Si permetta, signorina, si permetta! Ha ragione. Cosa avessi in testa? Non saprei definirlo, ma prima di disegnare i modelli di quella sfilata pensavo e ripensavo ad una donna bellissima con un ombrellino candido in un giorno di sole, un abito dalla vita strettissima e la gonna ampia. Certo, erano altri tempi. Non potevo ridare alle donne le stecche di balena, la crinoline, assolutamente no. Però volevo dire loro che dovevano liberarsi dai tessuti poveri, dalle spalle squadrate, dai bottoni d’ottone. E cosa c’è di meglio che farlo con chilometri e chilometri di stoffa, forme ampie, tessuti preziosi, fruscii?

Però, Maestro, proprio in quei giorni ricordo che la razione di pane scese a 250 grammi. insomma, non ce la passavamo bene per nulla.

Proprio questo è il punto, signorina. So bene che alcune donne non potevano permettersi abiti da 40 metri di stoffa e tessuti opulenti, ma quel di cui avevano bisogno è immaginarsi con quegli abiti ad un cocktail, passeggiando per le strade. Lei a cosa ha pensato quando ha visto il modello “Prima”?

Mi sono immaginata in una sala con affreschi cinquecenteschi sul soffitto, entrare da una porta pesante e sentire, uno dopo l’altro, tutti gli sguardi su di me.

Su di lei o sul suo abito?

Su di me con il mio abito.

Questa mi sembra un’ottima risposta, signorina. Vede, la moda evolve sotto l’impulso di un desiderio e cambia per effetto di una ripulsa. La saturazione porta la moda a buttare alle ortiche quello che fino a poco tempo prima adorava. Però io incontro ancora ora donne che indossano gonne a corolla, questo perché non ho voluto creare una moda, ma un modo di sentirsi. Poiché la ragione per cui indossiamo o meno un abito è il desiderio di piacere e di attirare, la sua attrattiva non può certo venire dall’uniformità, che è la madre della noia. Ecco perché, se forse non esiste una logica della moda, esiste sicuramente una sensibilità che ubbidisce a due riflessi: reazione oppure conferma. Come disse Cocteau, la moda muore giovane.

Quindi mi sta dicendo che la sua è immortale?

No, ma le dico con estrema sicurezza che anche tra quarant’anni ci saranno donne che indosseranno un cappello di ottima fattura abbinato ad una gonna a corolla. E sa perché? Perchè le donne che hanno buon gusto sapranno sempre vestirsi meravigliosamente, anche con abiti di cinquant’anni prima e, soprattutto, guerra o non guerra, si vorranno liberare dalle ristrettezze.

Mi chiedo da quali ristrettezze mi vorrò liberare tra quarant’anni, nel 1997 e, soprattutto, se le persone avranno ancora la fortuna di indossare capi come quelli fatti da questo genio dell’haute couture. Mi accendo una sigaretta, rimaniamo in silenzio per un po’, probabilmente stiamo pensando alla stessa cosa, forse anche lui si chiede se verrà ricordato o meno, se qualcuno parlerà mai di quella frase detta da Carmel Snow subito dopo quella sfilata del ‘47. Che fine faranno tutte le linee inventate da Dior? La linea ad A, ad H, a tulipano, verticale, a sacco? Ci si ispirerà a quel che ha inventato o la moda andrà altrove?

Maestro, le posso fare una domanda?

Son qui apposta, signorina.

Che colore mi manca, secondo lei?

Qualcosa di bianco. Il bianco è puro e semplice e sta bene con tutto.

La ringrazio, Maestro.

Sono io a ringraziare lei, signorina, è stato un enorme piacere. Mi perdoni, però, adesso devo proprio andare, alle 18 mi inizia una partita di canasta e non vorrei mai lasciare Monsieur Boussac da solo. Prima però, se non le dispiace, vorrei osservare ancora qualche altro minuto il panorama, ha scelto un posto davvero bello per incontrarci, i profili degli alberi sono diversi, da qui.

Si figuri Maestro, se avrò il piacere di rincontrarla in questi giorni la invito a bere un caffè.

Come rifiutare l’invito di un italiano a bere del caffè italiano, in Italia?

Sorridiamo, ci alziamo e ci salutiamo con un dolce rispetto, come se ci fossimo trovati lì per caso e avessimo chiacchierato per far passare il tempo. Immagino che per lui, le interviste, significhino anche questo. Torno nella mia camera, abbandono il cappello a tesa larga, la giacca con linea ad A corta, in pied de poule e dagli ampi risvolti, la gonna fino al polpaccio e penso che, effettivamente, del bianco mi starebbe bene.

Mi affaccio dal balcone e vedo Christian Dior con le mani in tasca che, tranquillo, si incammina verso l’interno. Penso al suo terrazzo pieno di rose, al colore del suo soprabito, a quella prima sfilata e a quante cose sia riuscito a fare in soli dieci anni quest’ uomo dal naso aquilino e il sorriso rassicurante. Una rivoluzione che, spero, non avrà mai fine.