Milano, quando piove, è tutta un’altra cosa. Trovateci quel che volete, in questa frase, ma per favore non trovateci lamento. Si sta ancor meglio, poi, quando non hai assolutamente nulla da fare per il giorno intero, e passi il tempo a fare attenzione alle rischiarite, sia mai che esce il sole e devi farti trovare pronta, allegra, sorridente, per l’occasione. Oggi, però, non danno per certo che smetterà di piovigginare, così saremo costretti a schiacciarci nei metrò, a combattere contro le gocce degli ombrelli e le antipatiche chiusure a strappo inzuppanti, contro gli stivali di gomma dalle fantasie ridicole e contro persone che utilizzano il tempo per dire qualche frase banale, scontata, scocciante. Dovrebbero fare qualche corso sul “non parlare per forza se non c’è nulla da dire”, ho già in mente le materie: l’importanza del silenzio, l’attenzione per i dettagli intorno, il pensare intimamente a cose che non diremmo mai.

Molto meglio stare qui, coperta dall’elegante porticato dell’Accademia di Brera, con la testa appoggiata ad una colonna, a guardare la statua del Canova prender freddo, lì, imponente al centro del nulla, solitamente attorniata da studenti agitati, da persone di fretta, da ragazzi seduti che mangiano un panino o che parlano dell’ultimo esame, da voci, appunti, incazzature, risate, corone di alloro, spumanti che esplodono, abbracci d’orgoglio, qualche lacrima per chissà che cosa negli angoli e nelle aule, dal tempo che se ne va. Vedo il profilo della statua di Napoleone e scorgo, dietro, una figura seduta sotto il porticato opposto, con le gambe incrociate e lo sguardo esattamente dov’era il mio poco prima.

Sai qualcosa in più di questa statua, a parte che è del Canova e che è Napoleone?

La mia voce rimbomba tra le gocce e i portici, arriva a lui che quasi non si muove, ma sorride impercettibilmente, come se l’avesse scolpita lui, quell’opera.

Ne so molto, ho studiato qui. L’ho guardata per giornate intere tra esami e lezioni. Cosa vuoi sapere?

Se devi ancora laurearti, a questo punto.

Ride, malinconico.

Cosa hai studiato?

E della statua, non vuoi sapere nulla?

Mi piace di più far domande sulle persone.

Ho studiato pittura.

Quindi fai il pittore?

No, lo stilista.

Ecco cosa mi ricordavano i tuoi baffi, ma tra la pioggia quasi non ti riconoscevo.

Puoi alzare un po’ la voce? Da qui ti sento male.

DICEVO CHE TRA LA PIOGGIA QUASI NON TI RICONOSCEVO, MOSCHINO!

Ride (ndr).

Ha 41 anni, quest’uomo che in un giorno di pioggia indossa una camicia dai colori sgargianti, che ha completamente stravolto il concetto di moda, perché ha girato le spalle ed è andato per la sua strada. Una strada percorsa senza mai avere lontano gli occhi degli altri. Stilisti, fotografi, amici reali e improvvisati. Alle sfilate di Moschino le persone ci vanno perché sanno che, da un momento all’altro, succederà qualcosa. E quel qualcosa, effettivamente, è sempre arrivato puntuale.

Lo vedo che si alza, e penso che se ne stia andando. Non lo biasimo, entrambi siamo lì per godere della solitudine, ma invece fa lentamente il giro del porticato e si viene a sedere di fianco a me.

Solitamente le persone quando si accorgono che sono quel Franco lì attaccano con le domande.

Quel Franco che ha presentato il primo profumo allestendo un Luna Park ad una festa e quel Franco che ha messo su un tailleur Chanel delle girandole al posto dei bottoni? Non mi stupisco che ti riempiano di domande.

Sorride (ndr).

Difficile non darti ragione, ma la mia più che una provocazione è sempre stato un modo ironico per cercare di far riflettere le persone tanto sulla società quanto sul sistema moda. Indosseresti mai una giacca con, al posto delle tasche, delle uova al tegamino?

Assolutamente.

E perché?

Perché la troverei incline al mio gusto e sono sicura mi farebbe sentire a mio agio. Se non mi ci sentissi, non la indosserei.

È proprio questo il punto. Purtroppo molti, invece, sono schiavi della moda, sono schiavi dell’indossare un marchio, non prestano attenzione al sentire.

Sento della tristezza, nelle tue parole.

Sarà la pioggia.

Non credo, però, che una personalità come te, in grado di colpire e di far riflettere con ciò che propone ad ogni stagione, debba sentirsi giù. Non mi fraintendere: parlo da un punto di vista professionale. Gli accessori non preziosi, le pellicce ecologiche, quel video che aveva interrotto la sfilata di qualche anno fa. Come si chiamava?

Fashion Blitz.

Esatto, Fashion Blitz. Lì hai centrato il punto, no? Mi ricordo che se ne è parlato per interi giorni.

Sì, diciamo di sì. Forse ne hanno parlato soprattutto perché mi stavo distaccando totalmente da quel mondo.

Dalle sfilate?

Sì, non mi sentivo a mio agio, non mi ci sono mai sentito. Ho sempre sostenuto che essere alla moda vuol dire essere coscienti del male che si può fare alla natura e per me la natura è meglio della couture. Ci ho riflettuto molto e credo che sia anche per la mia formazione, da quello che ho studiato qui, ai 7 anni con Gianni Versace, alle collezioni per Cadette, ma soprattutto per la Capricorno ascendente Hermes.

Capricorno ascendente Hermes?

Sì, Rossella.

Giusto, Rossella. Che donna, che fascino. Vi conoscete da sempre, se non erro. Immagino abbiate un rapporto molto stretto.

Simbiotico, direi. L’ho implorata di essermi accanto durante il lancio della prima sfilata e, ancora oggi, senza i suoi pareri e i suoi consigli, probabilmente riuscirei a fare la metà. Avrò anche delle visioni, come dice lei, ma Rossella è una persona di mestiere, in grado di attuare quel che io immagino proprio come lo farei io, se fossi bravo quanto lei.

Franco Moschino e Rossella Jardini

Ma dai, ti stai autodefinendo non bravo? Davvero?

No, ma hai presente quando sai che senza una determinata persona non riusciresti a fare nulla, alla perfezione? Ecco, con Rossella è così. L’amo, in un certo senso. L’amo da morire.

Rimaniamo per un po’ senza parlare, guardando la pioggia fitta e ascoltando voci lontane. Immagino Franco Moschino e Rossella Jardini, lui con la sua espressione sincera e la faccia da bambino, lei con i suoi tratti dolci e severi, parlare e gesticolare scovando idee e condividendo visioni. Penso all’importanza di avere una persona quale punto di riferimento accanto, pronta a districare nodi tessendo possibilità. Mi viene in mente il costume ideato da quest’uomo che mi siede di fianco, qualche anno prima, composto da semi che, se bagnato e messo al sole, dava vita a fili d’erba. E penso che, sì, indosserei una giacca con uova al tegamino al posto delle tasche.

E queste visioni, se posso permettermi, da dove arrivano?

In realtà quello che faccio, da sempre, è copiare e dissacrare gli stili altrui, quindi in realtà non parlerei di visioni.

Per poter dissacrare qualcosa di precedentemente creato, una qualche visione di fondo ci dev’essere, non credi? Voglio dire, a chi mai sarebbe venuto in mente di ricamare su dei tubini neri il cartellino con il prezzo?

Non credo di aver fatto nulla di nuovo, vedere il cartellino con il prezzo su un abito non è qualcosa che ci capita di continuo?

Sì, se entri in un negozio, ma non in sfilata. Hai presente quella sensazione di imbarazzo quando noti che qualcuno si è dimenticato di togliere il cartellino con il prezzo e se ne va in giro senza accorgersene? Ecco, mi hai fatta sentire così quando ho visto la collezione.

Anche se non si trattava di una cifra poi così bassa?

Sì. La cifra non c’entra, c’entra l’entrare in quell’aspetto, per certi versi intimo, legato all’effettiva spesa per un abito. Non dovremmo mai farci influenzare dal prezzo, piuttosto dall’ottima fattura. Se un tubino costa 500.000 lire è scontato che sia migliore di uno pagato 70.000 lire? Non credi?

Annuisce, guardando per terra, poi ridendo esclama:

Dovrei lasciarti il comando delle mie linee! Anche se effettivamente non so nemmeno come ti chiami.

Sara, molto piacere.

Ci stringiamo forte la mano e ci sorridiamo come se ormai non importassero neanche più i nomi.

Perché, già stai pensando a chi affidare l’onere e l’onore, tra cento anni, della tua maison?

Tra chissà quanti anni, qualunque cosa accada, spero solo che se Moschino continuerà ad esistere sia in mano a una persona con una dose equilibrata di chaos e intelligenza. Non vorrei mai dovermi girare e rigirare nella tomba perché si presentano in sfilata capi che rasentano il ridicolo.

Ho la soluzione: se vuoi mi propongo come supervisore dei capi Moschino, basta che mi fai recapitare uno di quegli slip-invito e sarò felice di aiutarti.

Ride e mi assicura che non mancherà.
Franco, sono sicura invece che, quando la moda dovrà fare a meno di te, della tua libertà, della tua improvvisazione e di quel chaos che crea e cambia tutto, eccome se ci mancherai. Ci mancherai tantissimo.