Steve Jobs non è stato il primo né l’ultimo fantamiliardario a decidere di indossare capi dal gusto basic. I più credono che si tratti del solito vezzo da ricchi che, indifferenti davanti al trascorrere delle mode, scelgono un look anonimo e funzionale a evidenziare la propria singolare personalità. Un’ipotesi di questo tipo si regge sull’assunto che il “vero creativo” non senta per nulla il bisogno di emergere dal mare magnum della normalità con trovate strampalate buone solo per noi poveri mortali, costretti a essere trendy per riempire il vuoto di una vita senza keynote.

A conferma di ciò, non ultimo in questa lunga lista di celebrità c’è il CEO di Facebook Martin Zuckerberg, che proprio di recente ha condiviso con orgoglio nel mondo la triste immagine del suo armadio, dove si replicano con la violenza dell’ordinario file di t-shirt grige e felpe antracite.

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Ma Jobs non è entrato in uno store di GAP, non ha riempito frettolosamente la borsa con quello che gli capitava sotto mano, non ha pagato distratto il conto per uscire poco dopo già annoiato di tanta fatica. L’uomo che forse ha più influenzato questo primo scorcio di nuovo millennio aveva un piano di stile ben preciso, che affonda le radici nei lontani anni Ottanta.

La divisa da lavoro diventa icona di business: la visita negli uffici della Sony

Steve Jobs pensa per la prima volta a un dolcevita nero oltre trent’anni fa, nel bel mezzo del viaggio in Giappone intrapreso per incontrare i vertici della Sony e vedere di persona la via per il massimo sviluppo industriale che l’Oriente stava cominciando a indicare.

Fra i corridoi specchianti del quartier generale Steve si stupisce subito della strana aura che non colora l’atmosfera: tutti, infatti, sono vestiti alla stessa maniera, con divise austere nate per rispondere in fretta alle carenze seguite alla Seconda Guerra Mondiale.

All’epoca Jobs certo non poteva dirsi uomo dalle scelte minimali: se già non ricordate le tinte accese che animeranno i primi iMac un decennio dopo, chiaro sintomo di un animo esuberante e moderno, basta dare uno sguardo all’accoppiata papillon-bretelle che il fondatore di Apple sfoggia con sicurezza sulle riviste dell’epoca.

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Interrogato il chairman Sony Akio Morita su chi fosse l’ideatore di quegli abiti, Jobs contatta immediatamente il celebre stilista giapponese Issey Miyake, chiedendogli di realizzare una linea su misura dei dipendenti di Cupertino.

Perché il 1984 sarebbe stato come 1984: il grande rifiuto in casa Apple

Tornato in America con i primi prototipi ideati da Miyake, Jobs deve fare i conti con un mondo che non ha ancora conquistato attraverso la filosofia del less is more: in Apple la sua visione di divisa da lavoro immediatamente riconoscibile all’esterno si rivela un disastro completo, bocciata da chiunque avesse voce in capitolo sulla questione.

Ma Steve ha accarezzato l’idea con troppa passione per tirarsi indietro al primo rifiuto: restato in contatto con Issey, lo chiama e stravolge in una semplice mossa il piano iniziale: quella sarebbe diventata la sua divisa personale.

Qualche tempo dopo vengono recapitate a casa Jobs decine e decine di pacchi. Il mittente? Proprio il suo vecchio amico giapponese. Il contenuto? Centinaia di dolcevita neri, tanto che poco dopo il CEO di Apple inviterà il suo biografo Walter Isaacson ad aprire il suo armadio, dichiarando:

Questo è quello che indosserò. Basteranno per il resto della mia vita.

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Dal look personale all’immagine aziendale: il modello Genius

Nel corso degli anni il piano di Steve Jobs per acquisire un immagine tanto caratterizzante quanto quella delle sue invenzioni tecnologiche ha riscosso un incredibile successo. Prima che il libro di Isaacson debuttasse in libreria e svelasse la verità sulla vicenda, ci sono stati addirittura tentativi di plagio da parte di marchi come l’americano St. Croix, che hanno a lungo rivendicato l’invenzione del dolcevita nero à la Jobs.

Sarebbe strano pensare che un tipo come Steve abbia rinunciato del tutto al suo proposito iniziale. Forse aveva capito in tempo che la scelta di un maglione nero non si addiceva alla ventata d’aria fresca che Apple desiderava portare nel mondo dell’informatica.

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Gli saranno bastati un paio di minuti, magari fissando la copertina di un libro o più semplicemente la vastità del cielo terso, per immaginare i suoi dipendenti vestire in ogni store del mondo una semplice t-shirt azzurra. Insomma, per inventare il Genius outfit.

Del resto, dobbiamo davvero credere che un uomo passato alla storia per il siate affamati, siate folli potesse fare shopping per caso?